[Un libro]: Shooting in Sarajevo (2020)

Per questo Natale speciale, mi sono regalato questo libro: “Shooting in Sarajevo” (Luigi Ottani, a cura di Roberta Biagarelli, ed. BEE, 2020). Il libro è nato da un’idea fotografica di analogia del termine “shoot” che sta sia per scattare fotograficamente sia per sparare. E’ un libro di fotografie e di testi sulla vita in una Sarajevo assediata (dal 5/4/1992 al 29/2/1996). E’ un libro molto “forte” per come ha sviluppato la tematica del rapporto tra i cecchini e le persone inermi.

Il conflitto balcanico degli anni Novanta l’ho seguito attentamente, ed è una di quelle vicende che mi ha accompagnato, e che seguo ancora, per via del fatto che era la prima guerra “accanto a casa” che ho vissuto di persona. Ho il ricordo delle incursioni della Nato con i cacciabombardieri che passavano in formazione, carichi di bombe, sopra casa mia e che poi ripassavano in direzione contraria “alleggeriti” dal loro carico di morte.

Ma torniamo al libro. L’idea di fotografare con un teleobiettivo, immedesimandosi in un cecchino che vede i suoi obiettivi attraverso il cannocchiale del fucile, dai posti reali dove i cecchini si erano appostati, è micidiale. Intanto si scopre che dalle postazioni dei cecchini, sulle pendici dei monti che circondano Sarajevo e dai palazzi nei quartieri occupati, la città metropolitana, con grattacieli e case, è nuda.

Tutti gli abitanti praticamente sono alla mercè di questi mostri che osservano voyeristicamente e che decidono di spegnere la luce della vita a loro piacimento, senza essere a loro volta visti. Questo è in fin dei conti il particolare agghiacciante dell’intera vicenda.

Le fotografie, rese come polaroid, istantanee di vita unica ed irripetibile, hanno sovraimpresso il reticolo del mirino. Non sempre è centrato sulla persona, ma la accompagna, segno questo appunto del “potere” decisionale del cecchino, assiso a divinità.

Tra i testi, come già detto, ricchi e profondi, mi ha “preso”, se così si può dire, la descrizione della reazione di un sopravvissuto, bambino allora ed adulto oggi, alla vista di casa sua e dei posti dove giocava con i suoi amici nel tempo dell’assedio, da una postazione dei cecchini:

“Ecco laggiù vedo la mia casa, il posto dove giocavo con i miei amici durante la guerra” – Fa una pausa. – “Ma da quassù ci vedevano!” – Pausa. – “Ci hanno risparmiato” – Pausa. – “Ci ha salvato l’ignoranza, il sentirci al sicuro in certi luoghi, e ora, dopo venti anni, capisco che non lo eravamo affatto”

La copertina del libro la trovo riuscita perfettamente, rende benissimo il senso del lavoro; così pure le foto a tutta pagina in bianco e nero, che mostrano i particolari di una Sarajevo inerme. Le polaroid, del cui significato ho detto innanzi, invece non riescono,a mio parere ovviamente, ad essere così incisive; probabilmente perchè sono un pò irrealistiche come formato, anche se mettono bene in contrasto la foto di piacere (tipica polaroid) con il significato drammatico che invece indicano. Magari col tempo mi ricrederò e cambierò idea. E questo il bello della fotografia del resto.

Come dire, mi sento veramente di consigliare questo libro a tutti quelli che usano la fotografia come linguaggio e/o e che vogliono esplorare modi nuovi di raccontare le emozioni umane.