[Darkroom & Film processing]: Venezia

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4×5″ film Fomapan 100 / 24×30 cm Fomabrom Variant 111 glossy

 

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[camera oscura emozionale]: Felci e castagno

Felci e castagno – loc. Bagnoregio 15 agosto 2015Castagno e felci

La fotografia “Felci e castagno “ è nata questa estate. La mattinata è dedicata al quieto oziare in preparazione del pomeriggio che ci vedrà visitare posti più distanti. Passeggiando proprio accanto alla casa vacanze dove, assieme alla famiglia, ho trascorso il periodo ferragostiano, passa una strada bianca che porta in campagna verso un piccolo gruppo di case abitate da agricoltori che coltivano le terre lì intorno. Al sole fa già caldo, sono circa le 10, ma la strada è all’ombra cosicché nonostante lo zaino e il cavalletto si procede tranquilli. Lungo il fossato che costeggia la stradella c’è questo castagno che mi colpisce per la presenza alla base del suo tronco di un gruppo di felci. Tra le mie letture vacanziere ci sono un paio di libri tecnici di fotografia, i noti “il negativo” e “la stampa” di A.Adams.   Sono gli unici non letterari, ma mi ero deciso di approfittare del tempo a disposizione per riapprofondire certe questioni. Beh, insomma, questa scena del castagno e delle felci mi è sembrata giusto uscita dalle pagine di questi testi.

Presa la decisione di fermarmi, ho provato a vedere con la mamiya 6×7, tenuta a mano, se la fotografia meritava; sono passato poi a scattare la foto vera e propria, posizionando la fotocamera sul cavalletto e decidendo di utilizzare un filtro giallo per separare i toni delle foglie dalla corteccia. Se a colori infatti le tonalità si distinguono chiaramente (verdi e marroni sono ben diversi) e la scena risultante appare chiara e inequivocabile, nel bianco e nero occorre pensare per toni, ombre, linee e luci. E soprattutto occorre conoscere la separazione tonale tra i vari colori per poterli posizionare sulla stampa finale. Dunque ecco perché la scelta di separare con il filtro giallo (e non quello arancione! – sarà per un’altra volta l’approfondimento) le felci dal resto.

C’è da dire che tra l’idea della fotografia che mi ero fatto in quel momento, cioè come immaginavo fosse il risultato finale, e quella che ho avuto in fase di stampa (2 mesi dopo lo scatto), un cambiamento c’è stato. E’ naturale, e il bello è proprio risiede proprio in questo fatto; il negativo rimane, le stampe cambiano.

Sarà interessante approfondire, prossimamente, quanto e come è importante la scelta espositiva del negativo a partire dalla scena. Stile o tecnica o entrambe le cose?

Il registro dei dati dello scatto è importante, poiché permette di avere un feedback sul processo. Se ben utilizzato diventa uno strumento irrinunciabile che rapporta la scena, il film e il processo di sviluppo del negativo.

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Nelle foto che seguono il negativo sul banco di luce, il primo provino a scalare e poi tre stampe diverse tra loro.

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Il foglio di lavoro per la stampa permette invece di ragionare su quello che si vuol fare e costituisce un registro per le foto, in modo che si possano più agevolmente riprodurre o anche come base di partenza per successive interpretazioni. Ogni foto stampata ha il suo foglio di lavoro. Normalmente dopo aver sviluppato un negativo, lo preparo per la pergamena tagliando la striscia in sezioni e quindi le scansiono con lo scanner. Il foglio di lavoro sulla parte opposta normalmente ha la stampa di questa scansione, in modo da avere sott’occhio il “positivo” da stampare. Il positivo è comodo poiché ci si può disegnare sopra le elaborazioni da effettuare con chiarezza e precisione.

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Stampate, lavate e fatte asciugare, giorni dopo ho ripreso in mano le stampe e quindi ho deciso che alcuni punti necessitavano di essere schiariti localmente in modo da creare un contrasto locale particolare. Anche di questo procedimento avremo modo di parlarne nelle prossime occasioni.

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Alla fine poi le ho virate in un bagno in selenio per aumentarne ancora la densità massima dei toni scuri.

Mamiya rz67 con 110mm, Pellicola Fuji Across 100, sviluppo Agfa mc dev, Lente ingranditore Rodenstock Rogagon 105 f5.6, Fixer Ilford Rapid fixer, aiuto lavaggio Ilford washaid, viraggio con Kodak Rapid Selenium Toner e carta Adox mcc112 24×30 semi matte.

Nelle prossime storie fotografiche, ci sarà modo di approfondire di volta in volta un aspetto diverso in modo da poter assaporare con lentezza il fascino della creazione di una fotografia.

Stay tuned.

[Selfportrait]: il luogo delle riflessioni fotografiche

Oggi volevo raccontare un qualcosa di non fotografico nell’ambito della fotografia. A dir la verità, come probabilmente emergerà di seguito leggendo queste righe, questa affermazione potrebbe non essere assolutamente vera. E’ come un sistema nervoso che, costituito da miliardi di cellule connesse tra loro creano, interpretano e trasformano la realtà esterna in realtà interna. Dove è il confine? Ma c’è un confine? E’ importante poi che ci sia un confine?

Lo studio è il posto nel quale la fotografia viene tradotta da idea in azione. Nel pensiero taoista già l’idea è azione; e questo rappresenta un elemento di affinità che ho scoperto leggendo il notevole libro “Estetica del vuoto ” di Giangiorgio Pasqualotto [1]. Altri non è che stanza isolata nella quale cerco di trasformare esigenze, curiosità e ossessioni in fotografia.

Ognuno credo ha il suo “metodo” per concentrarsi o liberarsi; per creare il vuoto necessario a vedere chiaramente il percorso che sente di dover seguire. Il mio è quello di creare una zona di luce e di ombre tali da scoprire, ogni volta, con occhi nuovi il medesimo posto e trarne piacere e benessere.

Solitamente vado per montagne e boschi, dove la natura ha messo a disposizione il suo ben di dio. Però, un pò per la distanza geografica e un pò per la topologia della pianura padana, muoversi oggi in auto è vero elemento di stress. Raggiungere i luoghi dello spirito (come si possono ben chiamare questi paradisi) costa molto in tempo di “defaticamento” appena giunti, per rimettersi in condizione tranquilla e ricettiva. E’ ovviamente una costituzione personale, ma conscio di ciò, resta il fatto che preferisco chiudermi nello studio e muovermi poi a fotografare avendo già raggiunto il livello energetico giusto.

Quattro pareti, un soffitto e un pavimento, con finestre e porta. E il vuoto dentro e fuori. Lo spazio è riempito di 2 ingranditori, di un tavolo di falegnameria per il lavoro, di una grande scrivania, di un tavolino per le carte e le stampe, di una lunga mensola che raccoglie contenitori vari di diapositive, di fotografie sparse, di cartoline e chissà di quante altre cose che ogni tanto vado a riscoprire. Lì da anni oramai. C’è inoltre un tavolino che ospita la stampante laser e lo scanner. Alle pareti ci sono fotografie che cambiano saltuariamente; sono quelle che mi piace guardare. Ognuna è una storia che rileggo volentieri quando mi soffermo su di esse. Dimenticavo: l’armadio con l’attrezzatura stipata all’inverosimile. Digitale, analogica, corpi macchina obiettivi flash cavalletti, accessori vari, fondali… il mio modello sembra essere Eta Beta di disneyiana memoria. L’orologio per i tempi di sviluppo delle carte. La finestra oscurata per rendere dark la room. E luci, lampade, faretti. Ah già, c’è anche il deumidificatore per il controllo delle condizioni ambientali (dei negativi e delle stampe) affinchè siano sempre ottimali.

E poi, last but not least, la sedia e la scrivania. La sedia, ne sono innamorato, l’ho recuperata in un deposito di usato. Mi fa sentire un re nel suo regno. La scrivania, comoda e spaziosa, ma prima o poi la cambio,  se ben ricordo proviene dall’IKEA. Legno di betulla e piano nero, diciamo che per quel prezzo ci stava. Sono sempre però alla ricerca di una vera tavola di legno con la quale costruirmene una che mi soddisfi appieno. E sopra che c’è?

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Dainese_23102015_0001_Raw-2il minimo indispensabile per scrivere al pc e per l’elaborazione digitale delle fotografie e delle scansioni eper navigare nel web partecipando ai forum e scoprendo e conoscendo fotografi da tutto il mondo.

Poco zen insomma, altro che il minimalismo orientale. E’ più da scrivania sovietica.

Nel miscelarsi di tutti questi elementi nascono fantasticherie fotografiche che a volte diventano reali.

Diciamo che questo potrebbe essere il primo articolo di una serie sulla camera oscura emozionale che mi piacerebbe scrivere per condividere una singola foto come nasce; dall’idea allo sviluppo del film e alla stampa, lavaggio, asciugatura e incorniciatura. Tutto il processo o workflow necessario per appendere ad una parete un quadro fotografico. Un workflow che apre puntualmente opportunità di approfondimenti su tecniche, ragionamenti e processi utilizzati per i singoli step. Non un manuale di fotografia, come se ne trovano tanti in giro, ma il lato esperienziale di un progetto condito con le emozioni di chi lo sta svolgendo e di chi ne è coinvolto.

[1] http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/filosofiacomparata/esteticadelvuoto.pdf